ciascuna lo sa

Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l’ostetrica dice “non urli, non è mica la prima”. Imparano a cantare piangendo, a sciare con le ossa rotte. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi, della città a piedi su e giù per gli autobus. Le donne hanno più confidenza col dolore. E’ un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da essere quasi amico. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. E’ una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa.
Maria Malibran, leggendario mezzosoprano, che impara a nascondere le lacrime durante le terribili lezioni di canto inflitte dal padre. Denise Karbon che scia ingessata, Vanessa Ferrari che volteggia con una frattura al piede. La prostituta bambina che chiude gli occhi e pensa al prato della sua casa nei campi. La giovane donna che si lascia insultare e picchiare dal suo uomo perché pensa che quella sua violenza sia una debolezza: pensa di capirne le ragioni, di poterle governare, alla fine. Le migliaia, milioni di donne che vivono ogni giorno sul crinale di un baratro e che, anziché sottrarsi quando possono, ci passeggiano in equilibrio: un numero da circo straordinario, questo di cercare di addomesticare la violenza – la violenza degli uomini – e qualche volta andando a cercarla, persino. Perché è un antidoto, perché è un prezzo, perché il tempo che viviamo chiede uno sforzo d’ingegno per conciliare la propria autonomia con l’altrui brutale insofferenza.
Le storie che ho raccolto sono scie luminose, stelle cadenti che illuminano a volte molto da lontano una grande domanda: cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? Quanto è alta la posta in palio? Alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l’esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza. Alcune ce la fanno, qualche altra trova nell’accettazione del male le risorse per dire, per fare quel che altrimenti non avrebbe potuto. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore.

(Concita De Gregorio)

ci risiamo

L’avevo postato anche qui una settimana fa. Prima di partire in fretta e furia per le vacanze, dimenticandomi di riproporlo nella sua giusta sede…

Ieri è successo che mezza pagina dell’orrido Secoloxix (è tanta, mezza pagina del Secolo, è come dire mezzo lenzuolo), mezza pagina di una delle primissime pagine, era occupata da quanto segue:

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ON. SILVIO BERLUSCONI

da parte del Centro Aiuto Vita Ingauno

Illustrissimo Presidente del Consiglio,
4-1: non è il risultato di una partita di calcio, Sampdoria-Genoa. E’ il rapporto nascite-aborti in Liguria. Un dato preoccupante, ancor più se sommato al fatto che in Regione Liguria manca un serio e bilanciato progetto sociale per ridare vita alla vita. La legge 194/78, che regola l’aborto, non trova qui in Liguria piena applicazione nell’effettiva tutela sociale della maternità, anche se ad oggi nessuna donna che abbia abortito volontariamente ha mai chiesto ancora alle Istituzioni un risarcimento per il mancato contributo da parte dello Stato “a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. (…)

Tradotto, secondo questi qui il motivo per cui la 194 non viene applicata pienamente è il fatto stesso che essa venga applicata (con tutte le riserve del caso, peraltro, ché si sa quanto in realtà l’escamotage dell’obiezione di coscienza limiti l’effettiva messa in pratica della legge). ‘Tutelare socialmente’ la maternità non vuol dire fare pressione su una donna affinché non abortisca. Una madre è tutelata socialmente se sa che non rischia il licenziamento se rimane incinta, se sa che potrà iscrivere il proprio figlio a un asilo nido contando su adeguati finanziamenti, e soprattutto se sa che quella di essere madre è una scelta che appartiene solo a lei, e che esiste una legge che la legittima, sia che rifiuti la maternità sia che la accetti. Inculcare una morale malata secondo cui una gravidanza interrotta è qualcosa di più riprovevole moralmente di un bambino partorito e magari poi non riconosciuto, e magari poi condannato a trascorrere l’infanzia in istituto non è tutela sociale. E’ cinismo, è pura ipocrisia.

Questi a nostro avviso i punti principali per un serio tagliando alla legge 194/78:
(maccome, non andava applicata integralmente?)
1) non confondere la prevenzione dell’aborto – dove c’è già in formazione un essere vivente, cioè un bambino non ancora nato – con la contraccezione, e soprattutto non ingannare facendo passare per contraccezione l’uso di farmaci potenzialmente abortivi, la pillola del giorno dopo e la spirale.

E qui uno si incazza, perché questa è malafede, è fare informazione in modo distorto. L’inganno non consiste nel far passare per contraccezione la pillola del giorno dopo o la spirale, l’inganno consiste nello spacciare per abortivi due sistemi che sono contraccettivi a tutti gli effetti. Entrando nello specifico: come già scrivevo qui un po’ di tempo fa, la pillola del giorno dopo non è da considerarsi abortiva, dato che agisce a fecondazione avvenuta, sì, ma ad uno stadio in cui ancora non si può parlare di gravidanza che, tecnicamente, ha inizio solo e soltanto nel momento in cui avviene l’impianto dell’embrione nella parete uterina, e cioè all’incirca venti giorni dopo l’ovulazione. Per quanto riguarda poi la spirale, il discorso è esattamente lo stesso: va detto, innanzitutto, che la spirale è conosciuta e utilizzata il più delle volte come mezzo di prevenzione della gravidanza, piuttosto che come contraccettivo di emergenza a fecondazione già avvenuta. Anche nel secondo caso, però, la qualifica di farmaco abortivo è assolutamente pretestuosa per lo stesso motivo della pillola del giorno dopo (la spirale, creando un ambiente più acido all’interno dell’utero, impedisce l’impianto dell’embrione ben prima che esso avvenga).
Almeno l’onestà intellettuale di dire le cose come stanno.

2) promuovere un counselling che racchiuda in sé il concetto di partecipare, in ambito di ASL, alla paziente in gravidanza tutti gli effetti negativi che l’interruzione di gravidanza può comportare, monitorare le donne che hanno abortito fino a due anni successivi, sia per la sindrome post-abortiva sia per eventuali conseguenze cliniche sia per la prevenzione, inserendo nell’informazione per il consenso informato una nota sulla sindrome post abortiva e tenendo presente anche la necessità prioritaria di una formazione adeguata in tal senso degli Operatori all’interno dei Consultori pubblici.

E questo è terrorismo psicologico, a tutti gli effetti. Come se il fatto stesso di abortire non fosse già di per sé una decisione sofferta e traumatica, come se abortire fosse una passeggiata, una cosa che si prende alla leggera, e ci fosse ancora bisogno di rincarare la dose. Per quanto poi riguarda la sindrome post-abortiva, la sua scientificità è tutta da dimostrare: se ne parla infatti in un articolo del New York Times del 22 gennaio 2007 (trovato qui), come di una trovata propagandistica da parte degli attivisti ‘pro-life’ statunitensi; d’altra parte, senza andare a fare ricerche approfondite, basta servirsi di un semplice motore di ricerca, e vedere come digitando ‘sindrome post-abortiva’ compaiano quasi solo siti di associazioni cattoliche, e nessuno di medicina o biologia. La conclusione è la stessa del punto precedente: sconvolge una disonestà così smaccata.

3) suggerire con sollecitudine da parte dei Consultori pubblici alla donna gravida, nella settimana di ‘riflessione’ prevista dalla legge, un colloquio con il Centro Aiuto Vita territorialmente più vicino, promuovendo e pubblicizzando la presenza delle associazioni prolife in merito alla tutela sociale della maternità, e i servizi di sostegno in caso di difficoltà, come S.O.S vita.

Ah, beh, tutto perfetto, salvo poi constatare la qualità dell’informazione offerta dai centri di aiuto alla vita… Oltre al fatto che far sentire una donna in dovere di non abortire mi sembra un ulteriore atto di violenza nei suoi confronti, in un momento in cui già ha da prendere una decisione non facile né piacevole, e non certo un supporto psicologico adeguato, che per essere tale dovrebbe piuttosto aiutarla a vivere la propria scelta, quale che sia, nel modo più indolore possibile e senza sensi di colpa, ricordandole che da parte sua è legittimo scegliere e che nessuno ha il diritto di ostacolarla, qualunque decisione essa prenda.

4) fissare il limite dell’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni e comunque non oltre le prime ventuno settimane di gestazione, ovvero il 147° giorno della gravidanza, che potrà essere praticata esclusivamente: quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Molto ingegnoso, e così torniamo all’aborto clandestino col prezzemolo e i ferri da calza… Tra l’altro, chi decide i parametri in base a cui un’anomalia è considerata grave o non grave? E’ grave soltanto una malformazione tale da impedire la sopravvivenza del bambino oltre un certo termine? Sono sufficientemente gravi le condizioni fisiche della madre solo quando è in pericolo di vita? E, le malformazioni/anomalie del nascituro, vanno considerate solo nel caso che siano rischiose per la salute della madre? Certo, così un bambino può essere fatto nascere d’ufficio anche se affetto da malformazioni gravissime, se queste non si ripercuotono in misura significativa sulla madre…

5) redigere un Registro nazionale con ampia e dettagliata documentazione delle cause che hanno indotto la donna alla ivg nei primi 90 giorni e della patologia malformativa o infettiva che hanno indotto la donna alla ivg oltre i 90 giorni. Ciò per permettere politiche di sostegno alla donna più mirate ed efficaci e per verificare, a fini statistici, innovativi e di trasparenza, la corrispondenza della diagnostica prenatale ad aborto avvenuto, quando siano stati accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anolmalie o malformazioni del nascituro, che avrebbero potuto determinare un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Questo è schedare. E’ mettere alla gogna. E’ controllo demografico, a tutti gli effetti. E’ costringere una donna a mettere nero su bianco e a sentirsi approvare o respingere le motivazioni che possono averla indotta ad abortire, motivazioni che appartengono esclusivamente a lei e alla sua sfera privata e che nessuno ha il diritto di mettere in discussione. E’ come i preti che dicevano Se voti i comunisti vai all’inferno. Se hai abortito vai all’inferno. E’ tutto scritto lì, sei marchiata. Non solo, una soluzione simile costringerebbe anche le procedure mediche a passare prima attraverso quelle burocratiche, con il risultato che sicuramente, in buona parte dei casi, prima che venga prodotta tutta la documentazione necessaria si finirebbe per uscire dai termini previsti dalla legge per l’interruzione della gravidanza.

6) Sostenere l’obiezione di coscienza medica, farmaceutica e paramedica, spesso attaccata e osteggiata, come accaduto di recente in Toscana per l’obiezione di coscienza alla prescrizione della Norlevo, la cosiddetta “pillola del giorno dopo”. Ciò per assicurare e garantire il senso e il significato anche del Giuramento di Ippocrate a cui la legge stessa si ispira e si riferisce e al rispetto confessionale degli operatori (…)

E qui il rimando è ovviamente al punto 1, dove si parla della pillola del giorno dopo qualificandola come abortiva, cosa che invece non è. Va da sé che l’obiezione alla pillola del giorno dopo non è prevista dalla legge ed è come tale passibile di denuncia penale nei confronti del medico che si rifiuti di prescriverla o del commerciante che non la venda. Trattandosi poi di un medicinale di emergenza, che va preso nelle ore immediatamente successive al rapporto a rischio e la cui efficacia diminuisce drasticamente col passare delle ore, bisogna garantire che essa possa essere fornita con la massima tempestività. Per quanto riguarda il rispetto confessionale, avevo già parlato di come l’unica coscienza coinvolta in materia sia quella della donna che sceglie di abortire. Ma poi, se io sono musulmana e non mangio carne di maiale, non è che per rispetto a me anche gli altri che non sono musulmani non devono mangiare carne di maiale. Questo non è rispetto confessionale, è trasferire sugli altri una moralereligiosa che loro possono non avere. Essere contrari all’aborto vuol dire questo, io sono contraria e quindi non abortisco. Non ‘io sono contrario, e quindi non faccio abortire te che non lo sei’.

…se le “femministe” dello scorso millennio la smettessero di protestare per partito preso ma si fermassero a riflettere su quale sia la vera “libertà” della donna che è davvero LIBERA (e non obbligata) nella misura in cui può scegliere di non abortire, se ci fosse una vera informazione su quelli che sono i rischi mortali effettivi e già scientificamente documentati sull’uso della pillola abortiva RU486 (…)

E noi invece protesteremo ancora, e sempre. Protesteremo perché quello che ci si ostina a non capire è che la presenza di una legge che regola l’aborto come fa la 194 è fondamentale per garantire a una donna la libertà di scegliere di abortire, sì, ma proprio per questo anche per tutelarla nel caso che scelga invece di non abortire. Quale libera scelta ci può essere, se una donna è costretta istituzionalmente a portare avanti una gravidanza anche se non voluta? E protesteremo perché vediamo come per sostenere iniziative che limitano la libertà della donna e interferiscono con la sua sfera personale si diffondano informazioni distorte e non supportate da un serio riscontro scientifico (riguardo alla RU 486 si calcola una percentuale di mortalità dello 0,00087%), alimentando paure e leggende metropolitane e marciando sulla disinformazione della gente.

poche idee ma confuse

Le ragazze che avevano studiato negli sfigatissimi – ma unici due – colleges femminili dell’inghilterra vittoriana non erano autorizzate a premettere il classico e dovuto “dott.” al loro nome, benchè se lo fossero guadagnato al pari dei loro colleghi maschi.
Com’è ovvio, perciò, al momento di candidarsi per un lavoro i candidati maschi – tutti dott. – erano favoriti. Le donne chiesero quindi all’Università, di cui erano comunque parte, di aver diritto a questa semplice e logica parità: ma la richiesta incontrò ” la più decisa opposizione. (…) Il giorno della votazione si presentarono in massa anche i consiglieri che che non erano direttamente legati all’Università e la proposta venne respinta con la schiacciante maggioranza di 1707 voti contro 661.” Il resoconto è del rettore del Trinity College, che aggiunge:”… Il comportamento degli studenti quando il risultato della votazione venne reso pubblico dal Senato Accademicofu deplorevole e vergognoso oltre ogni dire. Una folta squadra si diresse a Newham dove danneggiò i cancelli di bronzo installati in memoria di Miss Clough, la prima direttrice di quel college.”

Il libro in cui viene raccontato questo incruento pogrom è “Le tre ghinee” di Virginia Woolf e non sfugge – non solo all’autrice, ma neppure al rettore dell’epoca – il legame tra l’avvallare un’ingiustizia con il sancirne la “normalità” e la violenza che posizioni di questo tipo possono scatenare.

Il “gruppo semprelottomarzo” si è reso protagonista nei giorni scorsi di un volantinaggio contro le posizioni di fatto xenofobe espresse dal PD in un suo volantino che pubblicizzava un incontro con Pinotti e Minniti sul tema della sicurezza: gli esempi citati in fatto di criminalità recitavano “uno straniero irregolare violenta una studentessa” e “due zingarelle rapiscono un bambino”. I particolari potete trovarli qui e qui e anche qui.

Il nostro controvolantino era moderato nei toni, chè l’obiettivo era far risaltare una contraddizione e una degenerazione del pensiero e non già quello di schierarsi in modo sterilmente oppositivo: e così è stato accolto, specialmente dai compagni di più radicata formazione pci. Che in qualche caso ci hanno detto subito di aver piantato casino senza aspettare noi, o che si vergognavano parecchio.

Purtroppo, pare che poi non sia seguito nessun dibattito, anche se è da sperare che in futuro un po’ più di attenzione ai termini e ai contenuti magari, chissà, potrebbero anche mettercela. Se non altro per non vedersi spuntare un gruppo, numericamente numeroso quanto i presenti alla loro iniziativa, che li cassa pubblicamente.

La notizia, comunque, pare sia uscita su Repubblica locale e, fors’anche sull’edizione nazionale: a completarla c’era il gossip su Pinotti e Minniti in visita ai quartieri sfigati – Begato, nello specifico – che rimangono chiusi per mezz’ora in un ascensore.

Ma, poca o tanta risonanza abbia avuto la nostra iniziativa, è servita senza dubbio a far stare un po’ meglio noi, e forse anche qualcuno fra quelli che il nostro controvolantino lo hanno ricevuto: chè, come si diceva un tempo “ogni lotta aiuta un’altra lotta”. Discriminazione e xenofobia sono due gradini della stessa cosa e, benchè la nostra reazione al volantino del PD sia stata inizialmente soprattutto “emotiva”, credo che sarebbe anche interessante approfondire gli – ovvi, ma non a tutti così evidenti – legami tra lotte delle donne e posizioni antifasciste e antirazziste.

Se ne avete voglia, proprio con “Le tre ghinee” Virginia Woolf tentò di sviluppare questa tematica: non è un saggio azzeccatissimo in ogni suo punto, ma la sua lettura può essere un ottimo sviluppo di un’azione partecipata qual è stata la distribuzione del controvolantino.

PRIMA LE DONNE E I BAMBINI

La notizia non è nuova, ma il blog ha subìto un’interruzione da scoramento, perciò la posto ora, chè saperla male non fa, e si inserisce anche nei tristissimo dibattito sulla “sicurezza” di questo periodo

 

Dei 612 casi registrati nel 2007 dal centro antiviolenza di Torre Spaccata – uno dei sette centri di ascolto nel Lazio – emerge che l’80% delle violenze è “domestico”, cioè si tratta di maltrattamenti subiti in casa. Il 5% è violenza psicologica grave, il 2% è rappresentato da casi di stupro in famiglia. Lo stupro a opera di sconosciuti è meno del 2%. Per quanto riguarda gli autori delle violenze, si conferma il dato di un fenomeno che nasce e cresce soprattutto in casa: nel 52% dei casi l’autore è il marito della vittima. Solo nel 3% dei casi la violenza è compiuta da uno sconosciuto. Gli autori del crimine sono per lo più italiani (79%) e solo per il 21% stranieri.

Aggiungo, per chi si stupisce, che la situazione è identica in tutto il mondo: la violenza sulle donne, percentuale più percentuale meno, avviene quasi sempre dentro le mura di casa.

 

Questa notizia è invece di oggi, da republikit: Vittoria Mohacsi, l’eurodeputato rom che in questi giorni ha visitato  i campi rom tra Roma e Napoli,  lancerà contro l’Italia un grave atto di accusa: violazione dei fondamentali diritti umani, bambini di cui si sono perse le tracce, razzie notturne della polizia.  

Leggetevi tutto il pezzo qui, che merita e ci fa apprezzare, tra l’altro, la determinazione e il rigore di Vittoria. Ma se non ne avete voglia, leggete almeno questo pezzetto:

“L’avvocato dell’Opera nomadi – è Vittoria che racconta – mi ha detto che da due anni sono state perse le tracce di dodici bambini accusati di accattonaggio. Questi ragazzini sembrano spariti nel nulla, non esiste neppure un pezzo di carta. Ho incontrato un nonno di 60 anni disperato perchè non sa più nulla di suo nipote”. Se ribatti che i minori vengono spesso usati dai genitori per rubare, scippare, furti in casa, una vera e propria piaga, la risposta di Mohacsi è: “Bisogna punire chi delinque e tenerlo in carcere. Non far sparire i bambini”.

Difficile, vero? E, in ogni caso, lo sottolineo: perfino i vescovi hanno sottolineato che non esiste nessun caso di bambino rapito dagli zingari, mentre sono i bambini rom a sparire.

CHI CADE DALLE NUVOLE?

Ma poco importa, se qualcosa alla fine si riuscirà ad ottenere. Per ora, visto che non ne so di più, mi limito a segnalare –  su Repubblica Genova – l’intervista all’assessore regionale alla sanità in cui si chiede conto del rifiuto del medico del Galliera a prescrivere la pillola del giorno dopo. Il boicottaggio del Galliera alla 194 e dintorni – ma ricordiamo subito che la pillola del giorno dopo è un anticoncezionale e non un farmaco abortivo – è noto da tempo: speriamo che di fronte a una denuncia pubblica i provvedimenti vengano presi e non solo  minacciati

Cosa dice la Bibbia riguardo l’aborto?

Ho trovato questo lungo articolo in Internet.
E’ la posizione della United Methodist Church, la terza più grande unione di chiese degli Stati Uniti. Come tale risente di alcuni problemi, come l’eccessivo americacentrismo, o la mancanza di esempi di leggi più simili alle nostre, ma visto che la peggiore e disgustosa politica italiana (si, Ferrara, sto parlando di te) si rifà a questi modelli, è forse il caso che tali modelli siano espliciti.

Per questo motivo traduco e presento alla discussione. I passi biblici sono presi dalla traduzione cattolica della Bibbia, di modo che la maggioranza delle persone li riconoscesse se cercati. Per chi usasse Nuova Riveduta o TILC, le differenze sono minime.

La Bibbia.
Aborto, infanticidio e abbandono di minore erano permessi sotto la legge romana ai tempi di Gesù(1). Sorprendentemente, l’aborto non è mai menzionato nella Bibbia, nonostante il fatto che sia stato praticato lungo tutta la storia umana.
Comunque, alcuni passi biblici possono essere rilevanti. questi versi e altri sono spesso citati come prova che un feto è realmente un essere umano, e meriti la stessa protezione:

In quei giorni Maria, messasi in viaggio, si recò in fretta verso la regione montagnosa, in una città di Giuda. Entrò nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. Ed ecco che, appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, le balzò in seno il bambino. Elisabetta fu ricolma di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno.  Ma perché mi accade questo, che venga da me la madre del mio Signore? Ecco, infatti, che appena il suono del tuo saluto è giunto alle mie orecchie, il bambino m’è balzato in seno per la gioia. (Luca 1:39-44)

La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini: «Prima che io ti formassi nel grembo, ti ho conosciuto, e prima che tu uscissi dal seno, ti ho santificato; profeta per le genti ti ho costituito» .
(Geremia 1:4-5)

Le tue mani mi hanno formato e modellato, integro tutt’intorno; ora vorresti distruggermi? Ricordati, di grazia, che mi hai fatto di argilla, e mi fai ritornare in polvere! Non m’hai colato come latte e fatto coagulare come formaggio? Di pelle e di carne mi hai rivestito, di ossa e di nervi mi hai intessuto. (Giobbe 10:8-11)

Diversi altri versi sono citati come prova che il feto non è un essere vivente. La vita è identificata con il respiro in tutta la Bibbia, e questo passaggio sembra suggerire cheuna persona non è vivente finchè non inspira dopo la nascita:

Allora il Signore Dio modellò l’uomo con la polvere del terreno e soffiò nelle sue narici un alito di vita; così l’uomo divenne un essere vivente.
(Genesi 2:7)

Questo passaggio dall’Esodo sembra dire che causare morte ad un feto è un crimine di gravità differente dal causare morte ad una persona:

Se due uomini litigano o urtano una donna incinta così da farla abortire, ma non ci sia danno, ci sarà un risarcimento, come lo imporrà il marito della donna, e si darà attraverso i giudici.Ma se ci sarà danno, le darai vita per vita (Esodo 21:22-23)

Una traduzione letterale dall’ebraico di questo passaggio sarebbe “così da far si che il feto venga fuori”. Si pensa comunemente che si riferisca ad un aborto spontaneo, ma potrebbe essere anche riferito ad una nascita prematura (vedi traduzione Nuova Riveduta, NdT). Perciò questo passaggio è citato sia a favore che contro l’aborto.

La Bibbia da’ indicazioni dirette su moltissimi argomenti, ma non sull’aborto. Nessuno dei passaggi sopra indicati (nè i molti altri spesso citati) erano originariamente intesi come indicazioni sull’aborto, perciò qualunque conclusione estratta da essi è indicativa più di opinioni che di prove bibliche.

Opinioni

Nel 1973, La Corte Suprema degli Stati Uniti, nella sua sentenza Roe vs. Wade, stabilì che una donna ha il diritto all’aborto entro il primo trimestre di gravidanza. Comunque, ai 50 stati è permesso regolare l’aborto durenta il secondo trimestre ed è proibito durante il terzo trimestre(2). Da quel momento, l’aborto è diventato uno degli argomenti più controversi e causa di maggiore divisione nella società.

Gli Anti-abortisti rappresentano un estremo. Credono la vita inizi al concepimento. Ergo, l’aborto è un omicidio ed è proibito dai 10 Comandamenti (Esodo 20:13); sostengono leggi che impediscano qualunque tipo di aborto, o quasi. Comunque, l’idea che la vita inizia al concepimento non ha un chiaro sostegno dalla scienza medica, dalla Bibbia o da tradizioni religiose o giuridiche. I primi cristiani apparentemente non consideravano l’aborto un omicidio fino a ben oltre il concepimento. Nel XIII Secolo, il teologo cattolico Tommaso D’Aquino scrisse che un’anima entra nel corpo a 40 giorni dal concepimento per i maschi e ad 80 per le femmine. Questa posizione rivenne dottrina della chiesa per molti secoli e l’aborto prima dell’inanimazione non era considerato peccato mortale. L’idea che la vita cominci al concepimento apparentemente ha le sue origini in un decreto del 1869 di Papa Pio IX che l’aborto in qualunque momento della gravidanza dovesse essere motivo di scomunica. (3) (4)
La “common law” inglese apparentemente tollerava l’aborto fino al “quickening”, ovvero il primo movimento fetale riconoscibile, intorno al quinto mese. Allo stesso modo, l’aborto non era regolato in buona parte degli Stati Uniti fino alla metà del XIX Secolo. Leggi anti-abortiste passarono intorno al volgere del XX secolo, ma il motivo principale di queste leggi aveva a che fare con le gravi lesioni e le morti risultanti da aborti compiuti da personale non specializzato e da una lotta per il controllo della pratica medica (5)

All’estremo opposto troviamo gli attivisti “Pro-choice”, i quali credono che l’aborto non differisca fondamentalmente dalle altre forme di controllo delle nascite e sostengono fortemente il diritto di una donna di decidere per se stessa in materia di aborto, libera da ogni pastoia giuridica. Sostengono che l’aborto legale non obbliga nessuna ad abortire contro la propria volontà e che leggi contro l’aborto finiscono per imporre una dottrina religiosa a persone di altre fedi.
Comunque, la posizione a farevore dell’aborto ignora il fatto che molte leggi largamente accettate sono il risultato di problemi morali e che c’è una lunga storia di opposizione all’aborto e regolamentazione della sua pratica. (6).
Sondaggi sull’opinione pubblica negli USA mostrano in maniera consistente ceh circa il 25% delle persone sostengono che l’aborto dovrebbe essere legale in ogni circostanza. Il 55% è a favore dell’aborto legale in alcune circostanza, e circa il 17% si dice contrario in ogni circostanza. Circa il 60%, poi, si oppone ad ulteriori restrizioni legali oltre a quelle vigenti. (7)

Problemi
Come la società nel suo insieme, i cristiani sono divisi sulla questione dell’aborto. I sondaggi dimostrano che la maggioranza delle persone hanno riserve nei confronti di entrambe le posizioni estreme: anti-abortisti e “pro-choice”. La maggioranza è preoccupata da alcune questioni:

Moralità. Molte persone hanno dubbi profondi e seri sulla moralità dell’aborto. Allo stesso tempo, credono che l’aborto possa essere il male minore in alcuni casi. Le situzioni che si pensa possano giustificare l’aborto includono, con diversi stadi di accettazione: pericolo per la vita della madre, malformazioni fetali, casi di stupro, incesto o gravidanza di minori, rischi per la salute fisica o mentale della madre, situazioni familiari instabili, ritardo mentale della madre, ecc.
Laicità dello Stato. Molte persone con problemi morali all’aborto credono che l’opposizione all’aborto abbia essenzialmente una motivazione religiosa, per cui non sarebbe giustificato l’uso della legge per imporre tale motivazione ad un largo segmento di persone che hanno convizioni differenti.
Pericolo di aborti illegali. Nel 1973, prima che la sentenza Roe vs. Wade legalizzasse l’aborto in tutti gli USA, le interruzioni di gravidanza erano permesse in alcuni Stati. nel 1972, 586.800 aborti legali furono eseguiti in questi Stati. (8) Si stima che tra 200.000 e 1.200.000 aborti illegali furono eeguiti in quell’anno in tutti gli USA. (9) Molte donne che vivevano in aree dove l’aborto non era permesso, si spostarono in Stati o Paesi dove l’interruzione di gravidanza fosse legale. Coloro che non potevano permettersi tale opzione cervarono qualcuno in grado di procedere illegalmente. Se erano fortunate, potevano trovare un dottore pronto all’operazione, ma molti aborti illegali venivano eseguiti da persone non qualificate, e molte donne dovettero affrontare sfruttamento, abusi sessuali, danni, infezioni e a volte anche la morte per mano di questi operatori clandestini. (10) (11) (12) Nonostante alcune voci contrarie, l’opinione medica generale è che l’aborto legale sia una pratica molto sicura, con rischi minori per la salute fisica e mentale di una donna rispetto al compimento della gravidanza. (13)
Efficienza delle restrizioni. Molte persone che si oppongono alla disponibilità dell’aborto in alcune o in tutte le circostanza, non sono convinte che le limitazioni imposte dalla legge siano funzionali. La facilità dell’intervento abortivo in molti Stati oltre alla possibilità di aborti clandestini rendono discutibili le limitazioni che la legge impone. Allo stesso tempo, tali limitazioni potrebbero riportarci ai mali degli aborti clandestini che sono stati ormai quasi completamente eliminati.
Politica. Nessuna delle due parti ha mai fatto un buon lavoro nello spiegare le proprie idee in un modo che potesse attirare la maggioranza nel centro. gli attivisti in entrambi i campi ripetono rabbiosametne i loro slogan, ma raramente si sono interessati di capire o occuparsi dei problemi della parte avversa o dei non schierati. (14)
Alcuni poltici sfruttano la questione dell’aborto per fini politici eccitando la passione e la paura della gente. (15) GLi attivisti sembrano non occuparsi delle donne che affrontano o combattono la questione aborto in prima persona, a meno che non possano essere usate per la loro causa. Alcuni anti-abortisti perseguitano e ingannano le donne che cercano di abortire, bloccando illegalmente le cliniche, perseguitando i dottori e commettendo atti di violenza, incluso l’omicidio. Tali azioni sono chiaramente contrarie agli insegnamenti biblici e non sono accettate dalle principali denominazioni cristiane. Comunque, le azioni di pochi hanno creato la sfortunata impressione che chi si oppone all’aborto sia un pericoloso fanatico religioso (16) (17)

Evitare il moralismo
Le forti emozioni che circondano il problema dell’aborto possono condurre le persone di entrambi gli schieramente al peccato del moralismo. Gesù era immensamente offeso dai religiosi moralisti che pensavano di essere migliori di quelli che consideravano “peccatori”.
I farisei erano un gruppo giudaico noto per la loro stretta osservanza delle leggi di Dio. Gli esattori erano tra le persone più disprezzate in Israele. Come agenti delle forse di occupazione romana spesso estorcevano più del dovuto ed erano considerati traditori della loro gente. Per questo Gesù usò un fariseo ed un esattore per illustrare il peccato del moralismo:

(Gesù) disse poi un’altra parabola per alcuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio per pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo se ne stava in piedi e pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte alla settimana e offro la decima parte di quello che possiedo”. Il pubblicano invece si fermò a distanza e non osava neppure alzare lo sguardo al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, sii benigno con me, peccatore”. Vi dico che questi tornò a casa giustificato, l’altro invece no, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».
(Luca 18:9-14)

Inoltre, Gesù ci ha detto di eliminare i peccati dalla nostra vita piuttosto che giudicare o disprezzare gli altri. Infatti se giudichiamo gli altri duramente, saremo, in cambio, giudicati duramente da Dio:

Non giudicate, affinché non siate giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi.
(Matteo 7:1-2)

I cristiani hanno la responsabilità di correggersi a vicenda gli errori (Matteo 18:15-17), ma ciò dovrebbe essere sempre fatto onestamente e con compassione. Non dovremmo mai prendere su noi il compito del giudizio che spetta a Dio soltanto (Ebrei 10:30, Romani 14:10-13, 1 Corinzi 4:5.)

Come cristiani dovremmo ricordare che siamo tutti peccatori agli occhi di Dio e che Dio ama tutti i Suoi figli, anche quelli che pensano in maniera differente da noi. Non possiamo permettere ai nostri duri sentimenti nei confronti dell’aborto di accecare il comandamento di Gesù: “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Matteo 22:36-39).

La dottrina della chiesa.

Molte chiese, inclusa la United Church Of Christ, (18) la chiesa episcopale (19), i presbiteriani americani (20) e la United Methodist, non approvano l’aborto come metodo di controllo delle nascite. Comunque, queste chiese sostengono il diritto di una donna a praticare l’interruzione di gravidanza se lei ritiene che sia la scelta migliore nella sua situazione e si impegnano a mantenere l’aborto legale. Altre chiese, inclusa la Cattolica Romana e i Southern Baptist si oppongono ad ogni tipo di aborto e si impegnano a renderne la pratica illegale. Ecco una esemplificazione delle posizioni ufficiali delle tre più grandi denominazioni statunitensi:

Cattolici Romani:
2270. La vita umana deve essere rispettata e protetta assolutamente dal momento del concepimento. Dal primo momento di esistenza, si devono riconoscere ad un essere umano i diritti di una persona, tra i quali l’inviolabile diritto di ogni vita innocente di vivere.
2271. Sin dal primo secolo la Chiesa ha affermato il male morale di ogni aborto procurato. Questo insegnamento non è cambiato e rimane immutabile. L’aborto diretti, ovvero l’aborto voluto sia come mezzo sia come fine, è gravemente contrario alla legge morale.
Dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Copyright  (c) 1994, United States Catholic Conference, Inc.

Southern Baptist:
La procreazione è un dono di Dio, una prezionsa responsabilità riservata al matrimonio. Al momento del concepimento, un nuovo essere entra nell’universo, un esser umano, un essere creato ad immagine di Dio. Questo essere umano merita la nostra protezione, qualunque siano le circostanze del concepimento.
Dal Position Statements, Copyright (c) 1999 – 2001, Executive Committee of the Southern Baptist Convention.

United Methodist:
Il pricipio della vita e la sua fine sono limiti donati da Dio all’umana esistenza. Mentre gli individui hanno sempre avuto un certo grado di controllo su quando volessero morire, ora hanno il magnifico potere di determinare quando e anche se nuovi individui nasceranno. La nostra fede nella santità della vita umana anche se non ancora nata ci rende riluttanti ad approvare l’aborto. Ma siamo ugualmente legati al rispetto della sacralità della vita e al benessere della madre, per la quale può risultare un danno devastante da una gravidanza non accettabile. In continuità con gli antichi insegnamenti cristiani, riconosciamo che tragici conflitti della vita con la vita possono giustificare l’aborto, e in tali casi sosteniamo l’opzione legale dell’aborto secondo appropriate procedure mediche. Non possiamo sostenere l’aborto come un accettavile sistema di controllo delle nascite, e lo respingiamo incondizionatamente come sistema di selezione di genere. Ci opponiamo all’uso all’aborto tardivo conosciuto come dilatazione ed estrazione (aborto a nascita parziale) e chiediamo la fine di questa pratica eccetto i casi in cui la vita della madre sia in pericolo e nessun altra procedura medica sia disponibile, o nel caso di gravi malformazioni incompatibili con la sopravvivenza del feto. Invitiamo tutti i cristiani ad una ricerca minuziosa ed in preghiera nel genere di condizioni che possono legittimare l’aborto. Ci impegnamo come chiesa a continuare a fornire ministeri di accompagnamento a chi interrompe una gravidanza, a chi è nel mezzo di una crisi, e a chi partorisce. Le leggi e i regolamenti non forniscono tutta la guida necessaria ad una informata coscienza cristiana, perciò una decisione concernente l’aborto dovrebbe essere fatta solo dopo attenta considerazione e preghiera dalle parti in causa, con appropriato sostegno medico, pastorale o di altro tipo.
Da The Book of Discipline of The United Methodist Church  2000, ¶161J. Copyright 2000 by The United Methodist Publishing House.

Note:
1Thomas Bokenkotter, A Concise History of the Catholic Church, Doubleday, 1990, p. 51.
2″Abortion,” Grolier International Encyclopedia, Grolier Inc., 1993.
3Tricia Andryszewski, Abortion, Rights, Options and Choices, Millbrook Press, 1996, p.63.
4Donald P. Judges, Hard Choices, Lost Voices, Ivan R. Dee, 1993, pp. 87-90.
5ibid., pp. 84, 90-106.
6ibid., pp. 83-10.
7Gallup Poll News Service, http://www.gallup.com
8Judges p. 30.
9″Abortion,” Encyclopedia Americana, Americana Corporation, 1971.
10Judges pp. 20-23.
11Andryszewski pp. 18-25.
12Felicia Lowenstein, The Abortion Battle – Looking at Both Sides, Enslow Publishers, Inc., 1996, p. 26.
13Judges p. 74.
14ibid., pp. 8-9.
15ibid., pp. 5-6.
16ibid., pp. 4-7, 43-47.
17Andryszewski pp. 9-15.
18″Reproductive Rights,” United Church of Christ, http://www.ucc.org/justice/choice/
19″Acts of Convention: Resolution # 1994-A054,” The Episcopal Church, http://www.episcopalarchives.org/cgi-bin/acts_new/acts_resolution-complete.pl?resolution=1994-A054
20″Abortion,” Presbyterian Church (USA), http://www.pcusa.org/101/101-abortion.htm

obiezione agli obiettori

Come tutti sanno, di questi tempi che la questione è tristemente salita agli onori delle cronache, la legge 194 prevede l’obiezione di coscienza per i medici. Nell’articolo 9 si afferma che “il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione”, fermo restando però che “l’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”.

I problemi a riguardo sono molteplici.
Va detto – e alcuni recenti avvenimenti dovrebbero far riflettere in proposito – che in più casi l’obiezione di coscienza viene attuata dai medici non solo o non tanto per convinzione morale, quanto per motivi “di comodo”, che variano dal volersi fare qualche turno in meno alle ingenti prospettive di guadagno offerte dal praticare aborti “in nero”, al di fuori delle strutture pubbliche.

Spesso quindi l’obiezione si configura più come atto volto a fornire un’immagine “di facciata”, che magari consente anche maggiori possibilità di carriera, piuttosto che come posizione etica, oltre che come arma pericolosissima per inficiare a livello pratico l’applicazione della 194 stessa.

Si aggiunga a questo che, se l’obiezione di coscienza è prevista dalla legge – cosa già di per sé opinabile – solo per l’aborto propriamente detto, e quindi solo in caso di gravidanza diagnosticata e accertata tramite procedure mediche, altrettanto non vale per la pillola del giorno dopo. Quest’ultima infatti non è da considerarsi abortiva (leggi qui per ulteriori dettagli), anche se ultimamente si è creata, in modo più o meno voluto, tutta una gran confusione per cui spesso e volentieri i farmacisti si rifiutano di venderla, o i medici di prescriverla.
A questo proposito segnalo ancora una volta il sito dell’Associazione Luca Coscioni, dove la faccenda è spiegata in modo molto chiaro:

“Un’altra peculiarità del nostro Paese riguarda l’obiezione di coscienza, che è prevista soltanto dalla legge 194 sull’interruzione di gravidanza (e che quindi prevede una gravidanza accertata), ma secondo un parere non vincolante del Comitato Nazionale per la Bioetica potrebbe essere estesa alla prescrizione della pillola del giorno dopo (in assenza di una gravidanza accertata).
Sono segnalati in tutta Italia casi di ospedali che negano la prescrizione della pillola del giorno nei momenti critici in cui non è reperibile né il medico nel consultorio familiare, né il medico di base (per esempio durante i finesettimana), adducendo come come motivo l’obiezione di coscienza dei medici di turno.”

L’obiezione di coscienza alla pillola del giorno dopo, scorretta sia giuridicamente (il testo della legge non ne fa cenno) sia fisiologicamente (non si tratta infatti di medicinale abortivo), sarebbe pertanto, almeno sul piano teorico, passibile di denuncia, tanto nei confronti del medico che non la prescrive quanto verso il farmacista che non la vende.

E arrivo al problema numero due, ossia la liceità o meno dell’obiezione di coscienza.
Qui, me ne rendo conto, si scivola nel ragionamento fine a se stesso, nel filosofico, nel campato in aria: io però credo che sia un discorso importante da fare, ché il tema dell’obiezione è ampiamente dibattuto, per quanto astrattamente, e spesso con poca cognizione di causa.

Mi è capitato di discuterne proprio di recente: ché anche a sinistra c’è chi sostiene la legittimità dell’obiezione, in quanto scelta dettata da motivazioni etiche e quindi spettante di diritto al singolo medico, in modo del tutto analogo alla scelta di abortire da parte da una donna.

Ecco, io su questo non sono d’accordo.
Partendo dal presupposto – non negoziabile, tanto per fare un po’ il verso alle gerarchie ecclesiastiche – che ogni donna è libera di decidere autonomamente e individualmente del proprio corpo, e che in questo discorso rientra a pieno titolo tutto ciò che concerne gravidanza e maternità (e quindi anche la possibilità di rinunciarvi), è appannaggio esclusivo della donna anche il risvolto etico della faccenda.
In parole povere, l’obiezione di coscienza (così come la non-obiezione, del resto) riguarda soltanto la donna, perché l’unica coscienza coinvolta è la sua e il medico, in quanto privo di facoltà decisionale a riguardo, non è che il tramite mediante il quale la donna mette in atto una decisione che spetta unicamente a lei.
Solamente suo sarà, di conseguenza, anche il problema della dimensione etica della sua scelta e delle ipotetiche responsabilità morali da prendersi a riguardo.
Ammesso e non concesso che il rapporto religione-aborto sia esattamente come ce lo raccontano, ché non ne sono poi così sicura.