Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l’ostetrica dice “non urli, non è mica la prima”. Imparano a cantare piangendo, a sciare con le ossa rotte. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi, della città a piedi su e giù per gli autobus. Le donne hanno più confidenza col dolore. E’ un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da essere quasi amico. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. E’ una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa.
Maria Malibran, leggendario mezzosoprano, che impara a nascondere le lacrime durante le terribili lezioni di canto inflitte dal padre. Denise Karbon che scia ingessata, Vanessa Ferrari che volteggia con una frattura al piede. La prostituta bambina che chiude gli occhi e pensa al prato della sua casa nei campi. La giovane donna che si lascia insultare e picchiare dal suo uomo perché pensa che quella sua violenza sia una debolezza: pensa di capirne le ragioni, di poterle governare, alla fine. Le migliaia, milioni di donne che vivono ogni giorno sul crinale di un baratro e che, anziché sottrarsi quando possono, ci passeggiano in equilibrio: un numero da circo straordinario, questo di cercare di addomesticare la violenza – la violenza degli uomini – e qualche volta andando a cercarla, persino. Perché è un antidoto, perché è un prezzo, perché il tempo che viviamo chiede uno sforzo d’ingegno per conciliare la propria autonomia con l’altrui brutale insofferenza.
Le storie che ho raccolto sono scie luminose, stelle cadenti che illuminano a volte molto da lontano una grande domanda: cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? Quanto è alta la posta in palio? Alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l’esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza. Alcune ce la fanno, qualche altra trova nell’accettazione del male le risorse per dire, per fare quel che altrimenti non avrebbe potuto. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore.
(Concita De Gregorio)

DIFENDIAMO LA LEGGE 194

5 risposte finora ↓
diversamentequilibrata // Ottobre 24, 2008 a 6:56 am |
Devo pensarci un po’ su.
Perchè è scritto proprio bene e mi viene da dire uuuuuuuuuh che bello. Ma non riesco a tirare fuori bene il messaggio che manda.
“cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? ”
Ma poi non risponde e, anzi, racconta storie orribili di donne che toccano il ferro da stiro per vedere se è caldo, con una certa compiacenza.
Ma, perdìo, chi è quella scema che tocca il ferro da stiro per vedere se è caldo? E perchè Maria Malibran non ha mandato a fanchiulo suo padre (e qui ci metto un pochino del mio)?
E quelle che si sentono dire dall’ostetrica di non urlare perchè non la denunciano?
Eccheccazzo, un conto è saper trasformare il dolore in qualcosa di costruttivo per sè, saper sopportare e farsi forza in situazioni che non hanno uscita. Ma, porcoschifo, qui un po’ di compiacenza masochista si annusa.
Allora adesso ci dici dove l’hai preso e come continua, così ci facciamo un’idea
lastreganocciola // Ottobre 24, 2008 a 8:50 am |
d’accordo con l’amicae. , anche se io tocco il ferro da stiro per vedere se è caldo – mai lanciarsi in giudizi affrettati, amica e.
– ma c’è il trucco. E, casomai, è il trucco la cosa su cui puntare, non certo la la stronza speranza di addomesticare la violenza con il subirla.
Però è vero che sarebbe da discuterne assai, di queste robe, del loro perchè e della loro esaltazione, del masochismo e dell’autocompiacimento.
pacefortissima // Ottobre 24, 2008 a 1:19 pm |
a me ha ricordato tanto quella mail che girava e che aveva postato la E. ma non trovo più (epperò mi sono letta mille mila post arretrati bellissimissimi di quando ancora non ero comunitarda
)) ), quella che diceva ah le donne fanno questo e quello e patiscono di ogni ma non rompono mai i coglioni.
e non mi sembra sia una cosa di cui vantarsi, quella di andarsi a cercarsi il dolore e sopportarlo a denti stretti, piuttosto è da insegnare che si può e si deve contrastarlo e lottare per la serenità… checcavolo!
pacefortissima // Ottobre 24, 2008 a 1:21 pm |
http://diversamentequilibrata.wordpress.com/2007/03/07/un-difetto-nella-donna/#comments
AAAAAH! eccolo! c’era anche quassopra!
compagnaamber // Ottobre 24, 2008 a 6:35 pm |
E’ la quarta di copertina dell’ultimo libro
(http://www.ibs.it/code/9788804583653/de-gregorio-concita/malamore-esercizi-resistenza.html)
Che l’ho appena comprato e l’ho iniziato a leggere; e quando ho finito ve lo dico, e ve lo scrivo, come mi è sembrato, e qual è la conclusione che dà.
Il fatto è, qui il discorso è lasciato volutamente in sospeso, fa da premessa a ciò che poi svilupperà nel libro, e non so poi quale sarà la risposta che emergerà a lettura terminata.
Non è le cose come dovrebbero essere, è le cose come sono nella realtà. Con il masochismo autocompiaciuto, o forse semplicemente quell’illusione un po’ vittimista di poter sovvertire il dolore da dentro il dolore; resta da vedere se poi la soluzione prospettata è la stessa o se invece è un’altra, e più valida.
Prendiamolo come un punto di partenza.
Intanto poi vi dico com’è.
E semai le risposte proviamo a darle noi.