Sempre l’otto marzo

Post da Luglio 2008

ci risiamo

Luglio 7, 2008 · 3 Commenti

L’avevo postato anche qui una settimana fa. Prima di partire in fretta e furia per le vacanze, dimenticandomi di riproporlo nella sua giusta sede…

Ieri è successo che mezza pagina dell’orrido Secoloxix (è tanta, mezza pagina del Secolo, è come dire mezzo lenzuolo), mezza pagina di una delle primissime pagine, era occupata da quanto segue:

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ON. SILVIO BERLUSCONI

da parte del Centro Aiuto Vita Ingauno

Illustrissimo Presidente del Consiglio,
4-1: non è il risultato di una partita di calcio, Sampdoria-Genoa. E’ il rapporto nascite-aborti in Liguria. Un dato preoccupante, ancor più se sommato al fatto che in Regione Liguria manca un serio e bilanciato progetto sociale per ridare vita alla vita. La legge 194/78, che regola l’aborto, non trova qui in Liguria piena applicazione nell’effettiva tutela sociale della maternità, anche se ad oggi nessuna donna che abbia abortito volontariamente ha mai chiesto ancora alle Istituzioni un risarcimento per il mancato contributo da parte dello Stato “a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. (…)

Tradotto, secondo questi qui il motivo per cui la 194 non viene applicata pienamente è il fatto stesso che essa venga applicata (con tutte le riserve del caso, peraltro, ché si sa quanto in realtà l’escamotage dell’obiezione di coscienza limiti l’effettiva messa in pratica della legge). ‘Tutelare socialmente’ la maternità non vuol dire fare pressione su una donna affinché non abortisca. Una madre è tutelata socialmente se sa che non rischia il licenziamento se rimane incinta, se sa che potrà iscrivere il proprio figlio a un asilo nido contando su adeguati finanziamenti, e soprattutto se sa che quella di essere madre è una scelta che appartiene solo a lei, e che esiste una legge che la legittima, sia che rifiuti la maternità sia che la accetti. Inculcare una morale malata secondo cui una gravidanza interrotta è qualcosa di più riprovevole moralmente di un bambino partorito e magari poi non riconosciuto, e magari poi condannato a trascorrere l’infanzia in istituto non è tutela sociale. E’ cinismo, è pura ipocrisia.

Questi a nostro avviso i punti principali per un serio tagliando alla legge 194/78:
(maccome, non andava applicata integralmente?)
1) non confondere la prevenzione dell’aborto – dove c’è già in formazione un essere vivente, cioè un bambino non ancora nato – con la contraccezione, e soprattutto non ingannare facendo passare per contraccezione l’uso di farmaci potenzialmente abortivi, la pillola del giorno dopo e la spirale.

E qui uno si incazza, perché questa è malafede, è fare informazione in modo distorto. L’inganno non consiste nel far passare per contraccezione la pillola del giorno dopo o la spirale, l’inganno consiste nello spacciare per abortivi due sistemi che sono contraccettivi a tutti gli effetti. Entrando nello specifico: come già scrivevo qui un po’ di tempo fa, la pillola del giorno dopo non è da considerarsi abortiva, dato che agisce a fecondazione avvenuta, sì, ma ad uno stadio in cui ancora non si può parlare di gravidanza che, tecnicamente, ha inizio solo e soltanto nel momento in cui avviene l’impianto dell’embrione nella parete uterina, e cioè all’incirca venti giorni dopo l’ovulazione. Per quanto riguarda poi la spirale, il discorso è esattamente lo stesso: va detto, innanzitutto, che la spirale è conosciuta e utilizzata il più delle volte come mezzo di prevenzione della gravidanza, piuttosto che come contraccettivo di emergenza a fecondazione già avvenuta. Anche nel secondo caso, però, la qualifica di farmaco abortivo è assolutamente pretestuosa per lo stesso motivo della pillola del giorno dopo (la spirale, creando un ambiente più acido all’interno dell’utero, impedisce l’impianto dell’embrione ben prima che esso avvenga).
Almeno l’onestà intellettuale di dire le cose come stanno.

2) promuovere un counselling che racchiuda in sé il concetto di partecipare, in ambito di ASL, alla paziente in gravidanza tutti gli effetti negativi che l’interruzione di gravidanza può comportare, monitorare le donne che hanno abortito fino a due anni successivi, sia per la sindrome post-abortiva sia per eventuali conseguenze cliniche sia per la prevenzione, inserendo nell’informazione per il consenso informato una nota sulla sindrome post abortiva e tenendo presente anche la necessità prioritaria di una formazione adeguata in tal senso degli Operatori all’interno dei Consultori pubblici.

E questo è terrorismo psicologico, a tutti gli effetti. Come se il fatto stesso di abortire non fosse già di per sé una decisione sofferta e traumatica, come se abortire fosse una passeggiata, una cosa che si prende alla leggera, e ci fosse ancora bisogno di rincarare la dose. Per quanto poi riguarda la sindrome post-abortiva, la sua scientificità è tutta da dimostrare: se ne parla infatti in un articolo del New York Times del 22 gennaio 2007 (trovato qui), come di una trovata propagandistica da parte degli attivisti ‘pro-life’ statunitensi; d’altra parte, senza andare a fare ricerche approfondite, basta servirsi di un semplice motore di ricerca, e vedere come digitando ’sindrome post-abortiva’ compaiano quasi solo siti di associazioni cattoliche, e nessuno di medicina o biologia. La conclusione è la stessa del punto precedente: sconvolge una disonestà così smaccata.

3) suggerire con sollecitudine da parte dei Consultori pubblici alla donna gravida, nella settimana di ‘riflessione’ prevista dalla legge, un colloquio con il Centro Aiuto Vita territorialmente più vicino, promuovendo e pubblicizzando la presenza delle associazioni prolife in merito alla tutela sociale della maternità, e i servizi di sostegno in caso di difficoltà, come S.O.S vita.

Ah, beh, tutto perfetto, salvo poi constatare la qualità dell’informazione offerta dai centri di aiuto alla vita… Oltre al fatto che far sentire una donna in dovere di non abortire mi sembra un ulteriore atto di violenza nei suoi confronti, in un momento in cui già ha da prendere una decisione non facile né piacevole, e non certo un supporto psicologico adeguato, che per essere tale dovrebbe piuttosto aiutarla a vivere la propria scelta, quale che sia, nel modo più indolore possibile e senza sensi di colpa, ricordandole che da parte sua è legittimo scegliere e che nessuno ha il diritto di ostacolarla, qualunque decisione essa prenda.

4) fissare il limite dell’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni e comunque non oltre le prime ventuno settimane di gestazione, ovvero il 147° giorno della gravidanza, che potrà essere praticata esclusivamente: quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Molto ingegnoso, e così torniamo all’aborto clandestino col prezzemolo e i ferri da calza… Tra l’altro, chi decide i parametri in base a cui un’anomalia è considerata grave o non grave? E’ grave soltanto una malformazione tale da impedire la sopravvivenza del bambino oltre un certo termine? Sono sufficientemente gravi le condizioni fisiche della madre solo quando è in pericolo di vita? E, le malformazioni/anomalie del nascituro, vanno considerate solo nel caso che siano rischiose per la salute della madre? Certo, così un bambino può essere fatto nascere d’ufficio anche se affetto da malformazioni gravissime, se queste non si ripercuotono in misura significativa sulla madre…

5) redigere un Registro nazionale con ampia e dettagliata documentazione delle cause che hanno indotto la donna alla ivg nei primi 90 giorni e della patologia malformativa o infettiva che hanno indotto la donna alla ivg oltre i 90 giorni. Ciò per permettere politiche di sostegno alla donna più mirate ed efficaci e per verificare, a fini statistici, innovativi e di trasparenza, la corrispondenza della diagnostica prenatale ad aborto avvenuto, quando siano stati accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anolmalie o malformazioni del nascituro, che avrebbero potuto determinare un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Questo è schedare. E’ mettere alla gogna. E’ controllo demografico, a tutti gli effetti. E’ costringere una donna a mettere nero su bianco e a sentirsi approvare o respingere le motivazioni che possono averla indotta ad abortire, motivazioni che appartengono esclusivamente a lei e alla sua sfera privata e che nessuno ha il diritto di mettere in discussione. E’ come i preti che dicevano Se voti i comunisti vai all’inferno. Se hai abortito vai all’inferno. E’ tutto scritto lì, sei marchiata. Non solo, una soluzione simile costringerebbe anche le procedure mediche a passare prima attraverso quelle burocratiche, con il risultato che sicuramente, in buona parte dei casi, prima che venga prodotta tutta la documentazione necessaria si finirebbe per uscire dai termini previsti dalla legge per l’interruzione della gravidanza.

6) Sostenere l’obiezione di coscienza medica, farmaceutica e paramedica, spesso attaccata e osteggiata, come accaduto di recente in Toscana per l’obiezione di coscienza alla prescrizione della Norlevo, la cosiddetta “pillola del giorno dopo”. Ciò per assicurare e garantire il senso e il significato anche del Giuramento di Ippocrate a cui la legge stessa si ispira e si riferisce e al rispetto confessionale degli operatori (…)

E qui il rimando è ovviamente al punto 1, dove si parla della pillola del giorno dopo qualificandola come abortiva, cosa che invece non è. Va da sé che l’obiezione alla pillola del giorno dopo non è prevista dalla legge ed è come tale passibile di denuncia penale nei confronti del medico che si rifiuti di prescriverla o del commerciante che non la venda. Trattandosi poi di un medicinale di emergenza, che va preso nelle ore immediatamente successive al rapporto a rischio e la cui efficacia diminuisce drasticamente col passare delle ore, bisogna garantire che essa possa essere fornita con la massima tempestività. Per quanto riguarda il rispetto confessionale, avevo già parlato di come l’unica coscienza coinvolta in materia sia quella della donna che sceglie di abortire. Ma poi, se io sono musulmana e non mangio carne di maiale, non è che per rispetto a me anche gli altri che non sono musulmani non devono mangiare carne di maiale. Questo non è rispetto confessionale, è trasferire sugli altri una moralereligiosa che loro possono non avere. Essere contrari all’aborto vuol dire questo, io sono contraria e quindi non abortisco. Non ‘io sono contrario, e quindi non faccio abortire te che non lo sei’.

…se le “femministe” dello scorso millennio la smettessero di protestare per partito preso ma si fermassero a riflettere su quale sia la vera “libertà” della donna che è davvero LIBERA (e non obbligata) nella misura in cui può scegliere di non abortire, se ci fosse una vera informazione su quelli che sono i rischi mortali effettivi e già scientificamente documentati sull’uso della pillola abortiva RU486 (…)

E noi invece protesteremo ancora, e sempre. Protesteremo perché quello che ci si ostina a non capire è che la presenza di una legge che regola l’aborto come fa la 194 è fondamentale per garantire a una donna la libertà di scegliere di abortire, sì, ma proprio per questo anche per tutelarla nel caso che scelga invece di non abortire. Quale libera scelta ci può essere, se una donna è costretta istituzionalmente a portare avanti una gravidanza anche se non voluta? E protesteremo perché vediamo come per sostenere iniziative che limitano la libertà della donna e interferiscono con la sua sfera personale si diffondano informazioni distorte e non supportate da un serio riscontro scientifico (riguardo alla RU 486 si calcola una percentuale di mortalità dello 0,00087%), alimentando paure e leggende metropolitane e marciando sulla disinformazione della gente.

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poche idee ma confuse

Luglio 1, 2008 · 2 Commenti

Le ragazze che avevano studiato negli sfigatissimi – ma unici due – colleges femminili dell’inghilterra vittoriana non erano autorizzate a premettere il classico e dovuto “dott.” al loro nome, benchè se lo fossero guadagnato al pari dei loro colleghi maschi.
Com’è ovvio, perciò, al momento di candidarsi per un lavoro i candidati maschi – tutti dott. – erano favoriti. Le donne chiesero quindi all’Università, di cui erano comunque parte, di aver diritto a questa semplice e logica parità: ma la richiesta incontrò ” la più decisa opposizione. (…) Il giorno della votazione si presentarono in massa anche i consiglieri che che non erano direttamente legati all’Università e la proposta venne respinta con la schiacciante maggioranza di 1707 voti contro 661.” Il resoconto è del rettore del Trinity College, che aggiunge:”… Il comportamento degli studenti quando il risultato della votazione venne reso pubblico dal Senato Accademicofu deplorevole e vergognoso oltre ogni dire. Una folta squadra si diresse a Newham dove danneggiò i cancelli di bronzo installati in memoria di Miss Clough, la prima direttrice di quel college.”

Il libro in cui viene raccontato questo incruento pogrom è “Le tre ghinee” di Virginia Woolf e non sfugge – non solo all’autrice, ma neppure al rettore dell’epoca – il legame tra l’avvallare un’ingiustizia con il sancirne la “normalità” e la violenza che posizioni di questo tipo possono scatenare.

Il “gruppo semprelottomarzo” si è reso protagonista nei giorni scorsi di un volantinaggio contro le posizioni di fatto xenofobe espresse dal PD in un suo volantino che pubblicizzava un incontro con Pinotti e Minniti sul tema della sicurezza: gli esempi citati in fatto di criminalità recitavano “uno straniero irregolare violenta una studentessa” e “due zingarelle rapiscono un bambino”. I particolari potete trovarli qui e qui e anche qui.

Il nostro controvolantino era moderato nei toni, chè l’obiettivo era far risaltare una contraddizione e una degenerazione del pensiero e non già quello di schierarsi in modo sterilmente oppositivo: e così è stato accolto, specialmente dai compagni di più radicata formazione pci. Che in qualche caso ci hanno detto subito di aver piantato casino senza aspettare noi, o che si vergognavano parecchio.

Purtroppo, pare che poi non sia seguito nessun dibattito, anche se è da sperare che in futuro un po’ più di attenzione ai termini e ai contenuti magari, chissà, potrebbero anche mettercela. Se non altro per non vedersi spuntare un gruppo, numericamente numeroso quanto i presenti alla loro iniziativa, che li cassa pubblicamente.

La notizia, comunque, pare sia uscita su Repubblica locale e, fors’anche sull’edizione nazionale: a completarla c’era il gossip su Pinotti e Minniti in visita ai quartieri sfigati – Begato, nello specifico – che rimangono chiusi per mezz’ora in un ascensore.

Ma, poca o tanta risonanza abbia avuto la nostra iniziativa, è servita senza dubbio a far stare un po’ meglio noi, e forse anche qualcuno fra quelli che il nostro controvolantino lo hanno ricevuto: chè, come si diceva un tempo “ogni lotta aiuta un’altra lotta”. Discriminazione e xenofobia sono due gradini della stessa cosa e, benchè la nostra reazione al volantino del PD sia stata inizialmente soprattutto “emotiva”, credo che sarebbe anche interessante approfondire gli – ovvi, ma non a tutti così evidenti – legami tra lotte delle donne e posizioni antifasciste e antirazziste.

Se ne avete voglia, proprio con “Le tre ghinee” Virginia Woolf tentò di sviluppare questa tematica: non è un saggio azzeccatissimo in ogni suo punto, ma la sua lettura può essere un ottimo sviluppo di un’azione partecipata qual è stata la distribuzione del controvolantino.

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