Sempre l’otto marzo

LE MADRI DI PLAZA DEL MAYO, UNA SERATA A TEATRO DI QUALCHE MESE FA

Marzo 11, 2008 · 1 Commento

Non ricordo molti film dove sia riuscita a non piangere.
Come una casalinga di Voghera qualsiasi, la commozione facile mi prende sia al cinema che a casa. E me ne vergogno tremendamente.
Sono una persona che piange di felicità, non di dolore. Sempre alla fine, piango, quando si riabbracciano, quando si ritrovano, quando si risvegliano, quando si liberano, quando festeggiano.
Lacrime buoniste, lacrime da lieto fine.
Poi, tutte le volte che ci sono di mezzo dei bambini, piango. Bambini dentro o fuori da una pancia, non cambia molto.
Nei film, sempre.
Ma non solo, perchè mi fa piangere la barilla e mi uccide il mulinobianco. Mi coglie il magone per tutte quelle false pubblicità di famiglie unite, di padri che coccolano i figli dopo la rasatura perfetta, di madri incinte nella macchina nuova superveloce.
Non è che ci credo. Ma piango.
Vergognandomene tremendamente, neanche a dirlo.
Non ho filtro, dannazione.

A teatro invece ho pianto due volte.
La prima è stata quattro anni fa.
Bebo Storti gerarcafascista in Mai Morti, Arena del Porto Antico, tutto esaurito.
Stavano zitti ad ascoltare persino i gabbiani.
Alla fine eravamo annichiliti sulle sedie, non riuscivamo neanche ad applaudire.
Ma nessuna vergogna nel pianto, quella sera, perchè piangevano tutti. Un pianto liberatorio a due anni dal G8, un’elaborazione collettiva del lutto al porto antico.
Erano lacrime condivise e necessarie.
Bebo Storti gerarcafascista in Mai Morti al Porto Antico noi che c’eravamo non ce lo dimentichiamo più. E ci viene ancora il magone a raccontarlo.

Poi, stasera.
Stasera era uno spettacolo sulle madri di plaza del majo. Alla fine i bambini c’entrano sempre, con le mie lacrime.
Quando, schierate davanti alla polizia hanno gridato Fuoco! e sul palco c’erano soltanto gli ombrelli bianchi io, clamorosamente, stavo singhiozzando sulla sedia, sperando di non essere l’unica.
Ma gli altri avevano un magone contenuto. Io, mai. Io sempre l’uragano emotivo, il singhiozzo amplificato, le lacrime calde.
Potrei dirvi che ho pensato alle mie sedute dalla pissipissibaucologa, in quel momento. A quello che le dirò domani, tra le cinque e le sei, di questa mia empatia senza filtro, fastidiosa anche. Se non fastidiosa per me, come minimo fastidiosa per i miei vicini di sedia.
Invece no, singhiozzavo e mi è venuto in mente un discorso grande: ho pensato alla forza delle donne.

Delle lotte delle donne hanno paura tutti.
Noi donne per prime. Le nostre lotte fanno paura agli altri e a volte a noi stesse.
Ma in particolare ne hanno paura le donne che non lottano.
Spesso non ci interessa vincere, capitombolare in una discussione di principio, cercare di scollarci da dosso l’etichetta di passaggio. Se vogliono definirci comuniste, no global, staliniste, femministe, prugne secche, che facciano pure: la difesa dei principi ideali è spesso cosa da maschi.
La lotta delle donne, di alcune donne, è scendere in piazza ogni giovedi e parlare, spiegare, ricucire la memoria che si è persa, che hanno cancellato o stanno cancellando con grande soddisfazione, anche, di altre donne. A volte è semplicemente occuparsi di quello che sembra superfluo, piccolo, inutile.
La lotta come un figlio che a volte cresce, a volte no, e comunque ha bisogno del suo tempo.
A volte ha bisogno di 3000 giovedi in piazza del majo.

In ogni mia lacrima vergognosa, stasera c’era un piccolo pezzo di questo pensiero, dopo una settimana di difesa del mio blog dalle invasioni barbariche.
C’era lo stupore dell’aver scoperto, per l’ennesima volta – io che sono cresciuta in una famiglia con la selezione del fascismo all’ingresso, io che ho scoperto la destra da grande, più o meno insieme al sesso, io che mi stupisco ancora e ancora e ancora e non smetterò mai di stupirmi – che esiste un’anima nera.
Non solo della nessie, di tutti esiste un’anima nera.
Esiste ed è importante saperlo e non dimenticarcelo mai.
Trovare ognuna il suo piccolo giovedi, partorire una piccola lotta che sia una figlia.
Che sia piccola, all’inizio, e che sia nostra, che abbia dentro un pezzettino di noi.
Le daremo un nome, poi che gli altri la chiamino pure come preferiscono. Per fortuna, non ne controlliamo che una piccola parte.
Sarà figlia nostra e come tutte le figlie la indirizzeremo, ma poi diventerà qualcosaltro.
Una lotta che sia una figlia che cresca e che crescendo sia un piccolo pezzo di mondo, nel mondo, per tutti.

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1 risposta finora ↓

  • leodile // Marzo 11, 2008 a 12:47 pm | Replica

    non è che mi sia tutto chiaro… ai tempi, ci saarebbero volute minimo quattro sedute di autocoscienza, o forse venti :-) Ma perchè l’anima nera e la lotta? coincidono? o la lotta contro una personale anima nera? o una piccola lotta per non soccombere all’anima nera? boh, se mi spieghi meglio tu mi fa contenta.

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